Estratto dalla tesi di Laurea di Luigina Pellegrini

UN VIAGGIO ANTROPOLOGICO TRA LE IMMIGRATE MAROCCHINE A ROMA

 

1. UN VIAGGIO ANTROPOLOGICO TRA LE IMMIGRATE MAROCCHIINE A ROMA


Perché un "viaggio"?
Il viaggio è sempre stato nella storia dell'antropologia l'elemento costitutivo, lo strumento preferito della ricerca .
Viaggio nel tempo e nello spazio, viaggio verso l'altro, verso il lontano, il diverso e verso se stessi attraverso l'altro, poiché l'altro, uguale e diverso da noi, rappresenta il nostro specchio. Questo lavoro è dunque la storia di un viaggio antropologico intrapreso verso un mondo sconosciuto e contemporaneamente un viaggio
verso me stessa: "L'antropologia è spesso considerata un cammino verso l'autocoscienza, oltre che un modo per comprendere ciò che è estraneo e sconosciuto"'
L'analisi del diverso da sé, è stata da sempre oggetto delle ricerche di antropologia, motivandone la nascita ed ispirando le sue teorie e le sue metodologie. Chiedersi "chi è l'altro" significa anche rivolgere l'attenzione alla comprensione di noi stessi, della nostra cultura e dell'alterità in essa presente con la quale spesso ci incontriamo e che a volte liquidiamo frettolosamente, richiudendoci nella rassicurante appartenenza al gruppo in cui, in quel momento, ci riconosciamo.
La presenza dell'altro è ciò che induce alla possibile conoscenza di sé come parte di un sistema culturale, sociale, simbolico, economico... Il singolo è considerato nei suoi aspetti culturali e ha bisogno di un altro individuo con cui instaurare processi comunicativi che gli diano accesso alla conoscenza di sé, alla chiave di lettura del mondo e dell'organizzazione del sistema in cui vive. L'incontro con il diverso da sé è un processo che non si attua
esclusivamente quando si incontra l'esotico, ma anche quando l'incontro avviene, almeno a livello formale, nell'ambito della stessa struttura statale, geografica e istituzionale.
Il viaggio da me realizzato durante la ricerca, è stato un viaggio nella città, ma non nella mia, quella nativa e familiare, ma neìF altra Roma, quella delle donne immigrate marocchine, celata e struggente.
Quando ho deciso di intraprendere questa ricerca, non sapevo cosa avrei trovato. Nel mio immaginario, le immigrate rappresentavano, un universo a sé stante, una vera comunità, dotata di una propria ed originale visione del mondo, con luoghi di incontro e socializzazione: una microsocietà organizzata e ben definita che si muoveva all'interno di una metropoli, tra cous-cous e pastasciutta. 

Quindi, inizialmente, lo scopo della ricerca era quello di raccontare la città di Roma e la comunità marocchina della città,
 tramite l'esperienza delle donne. In realtà, come evidenziato in seguito, l'obiettivo è stato in parte riorientato poiché nel caso degli immigrati marocchini a Roma non si può parlare di microsocietà, ma di una realtà presente nel territorio in modo sfilacciato: nuclei familiari isolati tra di loro e singoli individui.
Per cui lo scopo della ricerca non vuole essere il tentativo di fornire
un quadro generale, una descrizione completa ed esauriente, una interpretazione analitica e coerente del mondo delle donne marocchine a Roma e della loro cultura, ma il racconto dello sforzo delle donne marocchine di reinterpretare/ridisegnare il loro ruolo di donne e di attrici sociali, in un contesto nuovo e diverso, lontano dal loro paese e dagli schemi socio-culturali nei quali sono cresciute.

 2. LE FASI DELLA RICERCA

La ricerca è articolata in tré fasi: una prima squisitamente teorica in cui si cerca di fornire un quadro sugli elementi
caratterizzanti la comunità islamica. Questa fase dello studio è stata indispensabile per la definizione della comice e del contesto in cui all'inizio della ricerca, si supponeva le donne marocchine a Roma facessero riferimento. Il tentativo inoltre è quello di fornire un quadro sulla dimensione socio-culturale-istituzionale italiana, rispetto al fenomeno dell'immigrazione, con cui le donne marocchine devono convivere. Nella seconda fase, oltre ad alcuni cenni sul paese di provenienza, ci si è soffermati sulla condizione della donna in Marocco e si sono cercate di individuare le cause principali dell'immigrazione e di fornire un quadro del progetto migratorio, in termini di aspettative e
sogni.
Nella terza parte dello studio, sviluppata con un approccio partecipativo, sulla base delle storie raccontate dalle donne, si è cercata di delineare questa nuova dimensione nella quale si muovono, alcune con spavalderia, altre con timore, e nella quale quotidianamente molte conquistano spazi come attrici sociali, altre si avvolgono su se stesse. Un percorso non indolore, che in alcuni casi, le fa voltare indietro, nel tentativo di ritrovare vecchi ruoli ed identità, mentre in alcuni casi le fa andare avanti, alla scoperta del nuovo, ad esplorare e scoprire.

 3. I PRIMI CONTATTI


Considerando che la comunità marocchina in Italia è una delle più numerose, agli inizi della ricerca si dava per scontato l'esistenza di una comunità o per lo meno forme di associazionismo marocchino presenti sul territorio romano. Pensavo inoltre ad una classica catena migratoria in cui gli individui che già si conoscevano dal paese di origine, una volta raggiunti i loro parenti ed amici in Italia, trovassero una soluzione abitativa nello stesso quartiere.
Naturalmente, anche a Roma, vi sono dei quartieri che si sono popolati attraverso il processo della catena migratoria ma ciò non si può dire per la comunità marocchina a differenza, invece, di ciò che accade in altre città come Genova, Bologna e Torino dove sul territorio urbano esistono e sono visibili delle vere e proprie comunità marocchine.
Il problema fondamentale della ricerca a questo punto è facile da intuire: dove poter contattare le donne marocchine?
La primissima cosa che ho fatto è stata quella di recarmi alla Moschea di Roma, ma il risultato è stato vano perché malgrado loro non si definiscano Marocchine ma Islamiche non frequentano molto la preghiera del Venerdì. Il secondo tentativo, è stato quello di rivolgermi alle varie Associazioni marocchine e Nord africane a Roma e nel Lazio: a causa dell'inesistenza di alcune e della diffidenza di altre questa via non è stata percorribile. La terza via esplorata è stata quella del contatto con i direttori didattici di alcuni istituti scolastici. Uno di questi è stato  particolarmente fruttuoso e mi ha permesso di allacciare i primi legami con una immigrata marocchina: Fathima.
Con Fathima è iniziata una lunga e minuziosa ricerca tra le donne marocchine residenti a Roma ed in alcuni casi segregate nelle proprie abitazioni, la si potrebbe definire una "ricerca porta a porta". Fathima non si è accontentata del ruolo di mediatrice tra me e le donne del suo paese, mi propose infatti di partecipare ad un corso "II corpo nelle culture musulmane. Alla scoperta dell'Altro con i cinque sensi" organizzato dall'Associazione Tangeri e C.I.E.S.
(Centro Informazione Educazione Sviluppo). Lei pensava che in questo modo l'avrei potuta conoscere meglio ed avrei inoltre avuto anche la possibilità di contattare direttamente altre donne marocchine residenti a Roma. Questo mi avrebbe permesso di avere un quadro più completo sulle immigrate marocchine: non soltanto donne relegate in casa, ma anche donne attive e culturalmente impegnate.

 4. PERCORSI DI DONNE


Sulla base dei racconti delle donne marocchine immigrate a Roma, sono stati rilevati diversi percorsi migratori.
Esiste un percorso di tipo tradizionale: è il caso delle donne arrivate  per ricongiungimento familiare alcuni anni dopo l'emigrazione del marito e dopo es3ere rimaste nel loro paese per qualche anno con i figli. Questo è il percorso più tradizionale. La trasformazione del ruolo sociale che avviene nel paese di immigrazione appare in molti casi diffìcile. Spesso, infatti, queste donne in Marocco avevano esercitato la funzione del capofamiglia prendendosi la responsabilità dell'educazione dei figli, ma quando si ricongiungono al marito si ritrovano casalinghe, private della propria autorità nell'ambito del nucleo familiare e in uno stato di marginalità, non conoscendo la lingua del nuovo paese, il contesto che la circonda e sentendosi inadeguata ai nuovi ritmi di vita.
Ci sono poi le donne che partono da sole. Si tratta di donne che hanno vissuto ed agito in prima persona nella decisione di emigrare. Per le donne la scelta di lasciare il proprio paese è a volte legata al desiderio di emancipazione personale, in alcuni casi rafforzata da informazioni, spesso non corrispondenti alla realtà, che presentano i paesi europei, in questo caso l'Italia, come luoghi dove potersi facilmente realizzare.
Molte delle donne incontrate sono arrivate subito dopo il matrimonio. Molti lavoratori stranieri decidono dopo qualche anno dalla loro partenza di sposarsi; è spesso la famiglia d'origine che organizza il matrimonio del loro congiunto emigrato con una parente o una vicina di casa. Quando l'immigrato torna così nel suo paese per un periodo di ferie, viene celebrato il matrimonio e la neo moglie arriva insieme al marito o qualche mese più tardi.
La donna si trova quindi a vivere alcuni ruoli fondamentali della sua identità di donna (donna adulta, moglie, madre) in una situazione di profondo cambiamento e di "sradicamento" tipica della migrazione.
La modalità di arrivo meno diffusa è quella simultanea, quando cioè le donne arrivano a Roma insieme al coniuge. Questo percorso migratorio può causare difficoltà di tipo economico ed abitativo che possono portare queste famiglie a dividersi dopo l'emigrazione: capita che marito e moglie non coabitino in quanto lavorano in luoghi diversi e che i figli vengano riportati in patria ed affidati alle cure della famiglia di origine.
Dalle testimonianze raccolte, la modalità di arrivo influenza anche le condizioni di vita e la qualità dell'inserimento: la
situazione delle donne arrivate in Italia qualche anno dopo il marito sembra essere apparentemente più vantaggiosa, o almeno, meno traumatica rispetto a quella delle donne emigrate da sole.
Le mogli arrivate per ricongiungimento familiare trovano ad accoglierle nel nuovo paese un "involucro" protettivo, rappresentato dalla mediazione del marito nei confronti dell'esterno, uno spazio di intimità nel quale costruire la dimora. La dipendenza economica dal capofamiglia consente loro di vivere, anche per un lungo periodo, in un mondo "a parte". Ma questi stessi elementi, che facilitano l'accoglienza e, attutiscono lo sradicamento iniziale, possono
rivelarsi più avanti nel tempo, elementi di vulnerabilità. Infatti,
queste donne hanno poche occasioni per potere apprendere e comunicare in italiano; il mondo esterno risulta sconosciuto ed ostile; i servizi del territorio restano inaccessibili.
Differentemente da altre donne lavoratrici che accedono ai servizi in prima persona, le mogli degli immigrati marocchini, continuano a presentarsi ai servizi anche dopo alcuni anni dall'arrivo a Roma, sempre accompagnate dal coniuge. Va sottolineato come in alcune interviste la "protettiva presenza" del marito costituiva un ostacolo in quanto subentrava la soggezione quindi la comunicazione risultava in questo caso faticosa e le risposte delle donne brevi, concise e sintetiche.
Va comunque evidenziato, che a prescindere dalle modalità di arrivo, l'esperienza migratoria sia per le donne sposate che non, scandita da ritmi di cambiamento, rottura e riequilibro, è segnata, da una condizione di solitudine affettiva. E' il senso di non appartenenza, di precarietà che viene attribuito da tutte alla disgregazione del nucleo familiare di origine. La lontananza dai genitori, dalle sorelle, la mancanza di parenti in Italia, sono le cause di tale "vuoto".
Durante la migrazione inoltre si modificano e si ridefìniscono, a volte dolorosamente, i ruoli familiari. L'autorità dell'uomo, marito e padre, subisce spesso un processo di cambiamento che può portare a due situazioni opposte: da una parte, il tentativo di rimediare alla
perdita di potere con un aumento di autoritarismo; dall'altra, il ricorso alle cosiddette "menzogne socialmente necessario", con le quali si nega in maniera esplicita il cambiamento e le trasformazioni per non vedere la realtà, vivendo nell'illusione che tutto continui ad essere come prima, come nel paese di origine.
I In queste situazioni, la donna più dell'uomo è chiamata a gestire i
^ conflitti all'interno della coppia e della famiglia, per farsi portavoce
L^- ora della continuità ora del cambiamento.
"^ La migrazione rappresenta spesso per la donna un'assunzione
di maggiori capacità decisionali.
Decisioni e scelte, per sé e per i suoi figli, che prima non le
venivano richieste, poiché la vita quotidiana e sociale era regolata
- " da ruoli e comportamenti controllati e gestiti all'interno del gruppo
-^- familiare.
9 ^ Una volta in Italia la donna si trova a vivere una condizione di
responsabilità individuale nel suo rapporto con il mondo. Deve così
" '"
essere in grado di combinare un nuovo modo di essere e di fare con
l'immagine di sé che la tradizione esige e richiede (sottomissione,
o -o
^_ subalternità, pudore), per non correre il rischio di costituire una
L - minaccia per l'autorità del capo famiglia, già compromessa dalla
^^ situazione di marginalità e di non potere nella quale si trova a vivere
' ~" l'immigrato straniero:
3 De Angelis R. (a cura di). Ghetti etnici e tensioni di vita. Roma, La Meridiana Editori, 1991.


"[...] Il cambiamento del ruolo all'interno della coppia e della
famiglia, che inevitabilmente l'emigrazione comporta, deve
avvenire salvaguardando il diffìcile equilibrio tra il nuovo potere
decisionale delle donne e la divisione dei ruoli e dei compiti
tradizionali. Ecco perché, più che di rottura con la tradizione o di
mantenimento delle norme di vita precedenti, si può parlare di
giustapposizioni, ambivalenze, aggiustamenti, che in una infinita
gamma di combinazioni contraddistinguono l'originalità degli
adattamenti e dei processi di integrazione"4.
All'interno delle comunità degli immigrati sono solitamente
le donne ad avere un ruolo fondamentale nelle dinamiche di
integrazione tra gruppi e culture. Sono infatti le donne che per
tradizione, educazione e sapere riallacciano e mantengono le fila
della vita affettiva del gruppo, restituendo senso ai gesti e ai riti,
reinterpretando tradizioni e norme. Tali ruoli assicurano i legami
con il passato, con la storia collettiva e integrano al contempo valori
e comportamenti del presente.
Dalle esperienze delle donne incontrate, si rileva che la
migrazione per molte donne si colloca in momenti cruciali della loro
vita * (passaggio alla vita adulta, partenza dopo il matrimonio,
stabilirsi di una relazione affettiva, nascita dei figli), cosicché il
soggiorno nel nuovo paese le espone a cambiamenti importanti che
riguardano aspetti fondamentali dell'identità personale. Esse si
4 http://www.click.vi.it/sistemieculture/index.html
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trovano a vivere gli eventi cruciali della loro biografìa e del loro
calendario di vita in una dimensione spaziale e temporale segnata
dalla discontinuità e dai mutamenti.
Proprio per il suo coinvolgimento in fatti ed eventi che la espongono
al cambiamento, la donna ha un ruolo decisivo e fondamentale di
mediazione tra i due riferimenti culturali, fra i due mondi.
Soprattutto nel caso in cui siano presenti figli, sarà la madre a dover
tessere e ristabilire i legami tra il mondo del padre, che spesso è
quello del passato e della tradizione, ed il mondo del futuro, della
contaminazione e della metamorfosi culturale.
Le donne immigrate, indipendentemente dalla loro
disponibilità e dalla loro ricerca di cambiamento, non vivono solo
tra due culture, ma sono costrette a fronteggiare e a rielaborare i
vincoli e le restrizioni a cui sono sottoposte nel loro paese di origine
e a sviluppare così delle modalità di comportamento nuove, che non
sono ne quelle del paese di origine, ne quelle del paese di
accoglienza. Esse sono chiamate a reinterpretare il loro ruolo
all'interno del nucleo familiare: sono portare a fare da ponte tra il
paese di origine e il paese ospitante. Una tensione tra due poli che
può anche generare in lei insicurezza e isolamento e, in casi estremi,
degenerare in disagio psichico e in malattie psicosomatiche
.- Le immigrate, secondo Lucia Rojas:
- "[ooo] essendo portatrici di tradizioni millenarie, ma allo stesso
-o tempo emigrate per sfuggire a parte di queste tradizioni che le
- opprimono, sono in una posizione ideale per svolgere un ruolo di
-o mediazione tra diverse culture. Speriamo che con la concretezza
- che le caratterizza siano capaci di scegliere i contenuti migliori
-. delle differenti culture, ovvero quelli che favoriscono
- l'emancipazione e la liberazione delle donne"7.

 

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